Per una donna oggi lavorare è difficile. Esistono barriere all’ingresso di vario tipo, e, anche una volta entrate, ostacoli culturali e naturali che rendono loro la permanenza nel mondo del lavoro difficile. Possibile che non si riesca ad uscire da questo vicolo cieco?
SESSO DEBOLE? MA VA! - La donna non è il sesso debole. Lo sperimentiamo tutti i giorni con le nostre madri, mogli, sorelle, amiche, colleghe ecc. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma molto spesso le donne sono più forti, più tenaci, più sveglie, più furbe, più resistenti, o degli uomini, o comunque di come le percepiamo.
Sono anche più intelligenti degli uomini? Forse, e comunque dipende da quale intelligenza si parla.
A prescindere dalla risposta alla domanda, comunque la donna potrebbe dare molto di più alla società di quanto la società stessa oggi le premetta di dare. Le statistiche infatti parlano chiaro: in Italia la partecipazione della donna al mondo del lavoro è ancora molto bassa sia in termini assoluti che relativamente ad altri paesi “evoluti”. E anche solo per questo motivo, per una pura questione statistica, oggi l’Italia ha una forza lavoro mediamente meno "intelligente" di quello che potrebbe avere semplicemente per il fatto che poche donne lavorano rispetto alle milioni che potrebbero farlo. Immaginate che peso ha questa nostra arretratezza sul PIL nazionale?
LAVORO O FAMIGLIA? - I motivi per i quali relativamente poche donne entrano nel mondo del lavoro sono più o meno noti a tutti. Motivi culturali, economici, fisiologici. Tralascio i motivi culturali, troppo complicati e di non facile soluzione.
Parliamo dei motivi economici e fisiologici e proviamo a sognare.
La donna prima o poi si pone la domanda: “famiglia e figli o lavoro e carriera?”
Molte donne che leggono diranno: “il solito maschilista retrogrado italiano! La donna può benissimo fare tutte e due le cose!”. Forse , ma è inutile negare che ci sia un parziale conflitto e che questo conflitto venga spesso vissuto male dalle donne.
Si tratta di una pura questione di tempo e di mancanza di dote di ubiquità. Il tempo è una risorsa scarsa e dunque per definizione la donna dovrà limitare il tempo (e la share of mind….) che può dedicare all’una e l’altra attività. Per unica deduzione razionale una donna non svolgerà al meglio delle proprie possibilità (che non vuole dire necessariamente fare male le cose) nè il proprio lavoro fuori casa, né il proprio ruolo di mamma.
Spesso dunque le donne rischiano di avere sensi di colpa verso il datore di lavoro o più spesso verso i figli. E se non sentono particolarmente il senso di mancanza verso i propri figli e sono contente di farli crescere in buona parte da altri (nonni, vicini, tate ecc), allora tanto meglio per loro nel breve termine, ma sicuramente peggio per i figli nel medio lungo termine, senza pensare che prima o poi, i sensi di colpa di una madre “assente” probabilmente verranno fuori.
Ok, capisco, spesso la scelta non si ha. Può accadere che una mamma debba lavorare non per volontà ma per necessità, in quanto single e dunque unica fonte di reddito, oppure solamente perché due stipendi permettono alla famiglia di ”arrivare a fine mese”. Comunque, questa costrizione è ancora più limitante per la donna, e ancora di più rende la sua posizione difficile e in questo caso anche ingiusta. La donna non può essere messa nella condizione di scegliere forzatamente di abdicare il proprio ruolo di madre per una necessità economica. Al tempo stesso non può essere messa nella condizione di svolgere al meglio l’attività di mamma affrontando sacrifici economici mostruosi; e non può non avere la possibilità di dare il proprio contributo alla società (oltre a quello di mamma) nel medio termine perché ha scelto di fare la mamma.
Perché, direte voi, non può dare il proprio contributo se sceglie di fare la mamma?
Perché sappiamo benissimo quanto sia difficile entrare nel mondo del lavoro se ci si presenta come una persona che prima o poi vuole avere figli, oppure quanto sia complicato rientrare nel mondo del lavoro dopo che si è rimasti fuori per un periodo che supera quello della maternità ufficiale.
Questo quadro è già complicato se si tratta di 1 figlio solo, e diventa ancora più difficile se si parla di 2, 3 figli.
STATO SOCIALE E CRESCITA ECONOMICA INSIEME? - Come fatto in altri Toks, sogniamo un mondo ideale.
Una donna con un’istruzione media si affaccia al mondo del lavoro tra i 18 e i 25 anni. Facciamo finta che la nostra donna abbia 22 anni.
Immaginiamo che trovi lavoro e che lavori per 3 anni e poi decida di aver figli.
Va in maternità, poi riprende a lavorare per 1 anno, poi rimane nuovamente incinta e torna in maternità.
Ipotizziamo poi che, al termine della seconda maternità, decida di fare la mamma a tempo pieno.
I figli cresceranno e con i dovuti tempi andranno all’asilo e a scuola. Improvvisamente (da un giorno all’altro!), la mamma (ormai di circa 30/32 anni) si troverà con entrambi i figli (di cui il secondo di soli tre anni) fuori casa dalle 9 alle 13, o spesso fino alle 15. Le prime settimane o mesi la mamma ritroverà se stessa, dedicherà tempo a recuperare quanto le ha sottratto il grande impegno di dare alla luce e crescere i figli piccoli e da tutto ciò ne trarrà un gran bene. Dopo poco tuttavia sentirà l’esigenza di dare un contributo in più, di tornare produttiva, di socializzare all’interno di un modo professionale. Insomma, cercherà di tornare a lavorare, conscia del fatto che il tempo libero è fin troppo e la voglia di provare le proprie qualità su terreni diversi da quello di madre è irresistibile. Certo, vorrà sempre assicurarsi che alle 16 potrà andare a prendere i figli a scuola e portarli alle varie attività o semplicemente fare i compiti con loro. Rimangono pur sempre 6/7 ore al giorno da potere dedicare ad altra attività.
Ma qui ci si scontra con le nostre leggi, con la cultura, con la rigidità del nostro sistema che rende, come detto prima, molto difficile che la donna nelle condizioni descritte trovi nuovamente lavoro. E così molte donne rimangono fuori, frustrate e in qualche modo estromesse dalla società.
Data al premessa (l’importanza del tasso di natalità di un paese, del ruolo della donna come mamma a tempo pieno e del contributo qualitativo e quantitativo professionale che la donna può dare alla società), la nostra società dovrebbe funzionare così: tutte le donne che vogliono avere figli sanno che lo Stato garantisce che fino a quando il loro ultimo figlio avrà 3/4 anni avranno il posto di lavoro garantito. Una sorta di maternità semi obbligatoria prolungata. Il costo per lo stato e per il datore di lavoro (minimo) sarà ampiamente compensato dal contributo delle donne alle aziende/organizzazioni per le quali esse lavorano e in generale al PIL nazionale. In che modo? in due modi: 1. Più donne saranno spinte da subito a entrare nel mondo del lvoro in quanto sanno che il proprio istinto materno non sarà per loro penalizzante. 2 quando vorranno tornare nel mondo del lavoro dopo avere dato al mondo 1,2 o 3 figli, saranno automaticamente reintegrate al posto di lavoro e, dopo avere "riprodotto", potranno tornare a “produrre”, per altro con una qualità media superiore.
Che ne dite? Banale eh? I guru della macro economica e dell’economia politica ci farebbero subito due calcoli e smonterebbero la teoria. Peccato che i grandi problemi non si risolvono con una formula di Excel o con la calcolatrice. Ogni tanto occorre una visione "transformational", un sogno ambizioso e una leadership in grado di comunicarlo e realizzarlo.
T2M
SESSO DEBOLE? MA VA! - La donna non è il sesso debole. Lo sperimentiamo tutti i giorni con le nostre madri, mogli, sorelle, amiche, colleghe ecc. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma molto spesso le donne sono più forti, più tenaci, più sveglie, più furbe, più resistenti, o degli uomini, o comunque di come le percepiamo.
Sono anche più intelligenti degli uomini? Forse, e comunque dipende da quale intelligenza si parla.
A prescindere dalla risposta alla domanda, comunque la donna potrebbe dare molto di più alla società di quanto la società stessa oggi le premetta di dare. Le statistiche infatti parlano chiaro: in Italia la partecipazione della donna al mondo del lavoro è ancora molto bassa sia in termini assoluti che relativamente ad altri paesi “evoluti”. E anche solo per questo motivo, per una pura questione statistica, oggi l’Italia ha una forza lavoro mediamente meno "intelligente" di quello che potrebbe avere semplicemente per il fatto che poche donne lavorano rispetto alle milioni che potrebbero farlo. Immaginate che peso ha questa nostra arretratezza sul PIL nazionale?
LAVORO O FAMIGLIA? - I motivi per i quali relativamente poche donne entrano nel mondo del lavoro sono più o meno noti a tutti. Motivi culturali, economici, fisiologici. Tralascio i motivi culturali, troppo complicati e di non facile soluzione.
Parliamo dei motivi economici e fisiologici e proviamo a sognare.
La donna prima o poi si pone la domanda: “famiglia e figli o lavoro e carriera?”
Molte donne che leggono diranno: “il solito maschilista retrogrado italiano! La donna può benissimo fare tutte e due le cose!”. Forse , ma è inutile negare che ci sia un parziale conflitto e che questo conflitto venga spesso vissuto male dalle donne.
Si tratta di una pura questione di tempo e di mancanza di dote di ubiquità. Il tempo è una risorsa scarsa e dunque per definizione la donna dovrà limitare il tempo (e la share of mind….) che può dedicare all’una e l’altra attività. Per unica deduzione razionale una donna non svolgerà al meglio delle proprie possibilità (che non vuole dire necessariamente fare male le cose) nè il proprio lavoro fuori casa, né il proprio ruolo di mamma.
Spesso dunque le donne rischiano di avere sensi di colpa verso il datore di lavoro o più spesso verso i figli. E se non sentono particolarmente il senso di mancanza verso i propri figli e sono contente di farli crescere in buona parte da altri (nonni, vicini, tate ecc), allora tanto meglio per loro nel breve termine, ma sicuramente peggio per i figli nel medio lungo termine, senza pensare che prima o poi, i sensi di colpa di una madre “assente” probabilmente verranno fuori.
Ok, capisco, spesso la scelta non si ha. Può accadere che una mamma debba lavorare non per volontà ma per necessità, in quanto single e dunque unica fonte di reddito, oppure solamente perché due stipendi permettono alla famiglia di ”arrivare a fine mese”. Comunque, questa costrizione è ancora più limitante per la donna, e ancora di più rende la sua posizione difficile e in questo caso anche ingiusta. La donna non può essere messa nella condizione di scegliere forzatamente di abdicare il proprio ruolo di madre per una necessità economica. Al tempo stesso non può essere messa nella condizione di svolgere al meglio l’attività di mamma affrontando sacrifici economici mostruosi; e non può non avere la possibilità di dare il proprio contributo alla società (oltre a quello di mamma) nel medio termine perché ha scelto di fare la mamma.
Perché, direte voi, non può dare il proprio contributo se sceglie di fare la mamma?
Perché sappiamo benissimo quanto sia difficile entrare nel mondo del lavoro se ci si presenta come una persona che prima o poi vuole avere figli, oppure quanto sia complicato rientrare nel mondo del lavoro dopo che si è rimasti fuori per un periodo che supera quello della maternità ufficiale.
Questo quadro è già complicato se si tratta di 1 figlio solo, e diventa ancora più difficile se si parla di 2, 3 figli.
STATO SOCIALE E CRESCITA ECONOMICA INSIEME? - Come fatto in altri Toks, sogniamo un mondo ideale.
Una donna con un’istruzione media si affaccia al mondo del lavoro tra i 18 e i 25 anni. Facciamo finta che la nostra donna abbia 22 anni.
Immaginiamo che trovi lavoro e che lavori per 3 anni e poi decida di aver figli.
Va in maternità, poi riprende a lavorare per 1 anno, poi rimane nuovamente incinta e torna in maternità.
Ipotizziamo poi che, al termine della seconda maternità, decida di fare la mamma a tempo pieno.
I figli cresceranno e con i dovuti tempi andranno all’asilo e a scuola. Improvvisamente (da un giorno all’altro!), la mamma (ormai di circa 30/32 anni) si troverà con entrambi i figli (di cui il secondo di soli tre anni) fuori casa dalle 9 alle 13, o spesso fino alle 15. Le prime settimane o mesi la mamma ritroverà se stessa, dedicherà tempo a recuperare quanto le ha sottratto il grande impegno di dare alla luce e crescere i figli piccoli e da tutto ciò ne trarrà un gran bene. Dopo poco tuttavia sentirà l’esigenza di dare un contributo in più, di tornare produttiva, di socializzare all’interno di un modo professionale. Insomma, cercherà di tornare a lavorare, conscia del fatto che il tempo libero è fin troppo e la voglia di provare le proprie qualità su terreni diversi da quello di madre è irresistibile. Certo, vorrà sempre assicurarsi che alle 16 potrà andare a prendere i figli a scuola e portarli alle varie attività o semplicemente fare i compiti con loro. Rimangono pur sempre 6/7 ore al giorno da potere dedicare ad altra attività.
Ma qui ci si scontra con le nostre leggi, con la cultura, con la rigidità del nostro sistema che rende, come detto prima, molto difficile che la donna nelle condizioni descritte trovi nuovamente lavoro. E così molte donne rimangono fuori, frustrate e in qualche modo estromesse dalla società.
Data al premessa (l’importanza del tasso di natalità di un paese, del ruolo della donna come mamma a tempo pieno e del contributo qualitativo e quantitativo professionale che la donna può dare alla società), la nostra società dovrebbe funzionare così: tutte le donne che vogliono avere figli sanno che lo Stato garantisce che fino a quando il loro ultimo figlio avrà 3/4 anni avranno il posto di lavoro garantito. Una sorta di maternità semi obbligatoria prolungata. Il costo per lo stato e per il datore di lavoro (minimo) sarà ampiamente compensato dal contributo delle donne alle aziende/organizzazioni per le quali esse lavorano e in generale al PIL nazionale. In che modo? in due modi: 1. Più donne saranno spinte da subito a entrare nel mondo del lvoro in quanto sanno che il proprio istinto materno non sarà per loro penalizzante. 2 quando vorranno tornare nel mondo del lavoro dopo avere dato al mondo 1,2 o 3 figli, saranno automaticamente reintegrate al posto di lavoro e, dopo avere "riprodotto", potranno tornare a “produrre”, per altro con una qualità media superiore.
Che ne dite? Banale eh? I guru della macro economica e dell’economia politica ci farebbero subito due calcoli e smonterebbero la teoria. Peccato che i grandi problemi non si risolvono con una formula di Excel o con la calcolatrice. Ogni tanto occorre una visione "transformational", un sogno ambizioso e una leadership in grado di comunicarlo e realizzarlo.
T2M

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