Pubblichiamo con piacere una riflessione trasversale ai primi Toks di T2M, scritta dal nostro primo Toker nato dalla comunità dei lettori. Questo Toker si chiama e si firmerà: T2M - The Lawyer
Avevo previsto la cacciata dal torneo al primo round. Ho testimoni, ho vinto alcune scommesse che non incasserò mai perché, in realtà, odio scommettere.
Il calcio era rimasto uno degli ultimi settori in cui resisteva pervicacemente la convinzione della gens italica che …. sì …. ci sono aree in cui eccelliamo e possiamo dire la nostra sul palcoscenico mondiale.
In realtà, in un panorama di mediocrità diffusa e generalizzata, che investe la nostra società in modo trasversale, dalla classe politica dirigente inetta e truffaldina, alla classe imprenditoriale assistita e refrattaria alle regole, al mondo delle professioni corporative e restie all’innovazione, alla scuola ed all’università incapaci di fare il loro mestiere di formatrici, ai sindacati centri di potere conservatore e antistorico, all’universo dello sport nazionale che non riesce a creare campioni in nessuna disciplina (salvo pochi sporadici casi) etc., perché il calcio avrebbe dovuto costituire l’eccezione?
E’ sulla scorta di queste considerazioni di natura sociologica oltre che da alcune altre di natura tecnica, che avevo formulato la mia – facile – previsione.
Previsione, credo, alla portata di chiunque non fosse ciecamente e romanticamente innamorato dell’idea che la nazionale potesse ripetere i successi del passato (cosa che capisco) o non vedesse la propria capacità di analisi e giudizio obnubilata dagli effetti di una delle più grandi malattie nazionali: la autoreferenzialità. Come per anni ci siamo raccontati, ad esempio, che avevamo le migliori scuole (salvo poi svegliarci dal sogno e scoprire che nelle classifiche delle gare di studenti europei i nostri ragazzi sono in zona retrocessione), così abbiamo continuato a raccontarci che il nostro è il campionato più bello e difficile del mondo, ingannati dalla fortunata ed immeritata vittoria di 4 anni fa in Germania.
Il mondo del pallone italiano non esprime valori positivi, anzi esprime disvalori. Comportamenti che sono generalmente illeciti in altri settori della società sono tollerati o addirittura “legalizzati” nell’enclave calcistica: un ordinamento nell’ordinamento in cui menare le mani e le spranghe allo stadio è “tollerato” in quanto valvola di sfogo di tensioni sociali; evasioni fiscali o previdenziali e falsi in bilancio sono sanati con norme ad hoc; atleti, giornalisti, dirigenti, addetti ai lavori che non sanno neanche pronunciare le sillabe che compongono le parole “lealtà sportiva”. Ebbene, dobbiamo prendere atto che anche la componente tecnica di questo mondo ha fallito.
Anche nel calcio, come in altri settori, insomma, il Paese esprime ….. noi esprimiamo mediocrità. L’esito del torneo rappresenta quello che il movimento del calcio italiano vale.
Ma purtroppo al peggio non c’è mai fine.
Negli ultimi giorni, abbiamo assistito a plotoni di esecuzione che sparavano raffiche di mitra ad alzo zero su allenatore e giocatori.
Confesso che non sono riuscito a tifare con trasporto per questa nazionale, fatta da elementi dai quali non mi sono mai sentito rappresentato.
Nonostante la mia avversione per quello che, in termini di disvalori, il mondo del calcio ed i suoi protagonisti in maglia azzurra rappresentano, non riesco però a partecipare con soddisfazione al gioco al massacro.
Gli esecutori più spietati mi sono parsi quelli che sono sempre stati, nei confronti di allenatore e giocatori, i più servili, sussiegosi. Quella pletora di pseudo giornalisti, asserviti al potere, governativi, categoria che fa pensare che, ove ci fosse veramente il rischio di una “legge-bavaglio” in Italia, forse non tutto il male verrebbe per nuocere. Quell’esercito di presunti addetti ai lavori un po’ ridicoli che gonfiavano e gonfiano il petto tronfi, gongolando nel chiamare per nome allenatore e giocatori. Insomma quella schiera di “caporali” e non di uomini che fino a ieri osannava i campioni.
I plotoni di esecuzione mediatica mi ricordano quei personaggi che, caduto il regime al quale sono stati asserviti e del quale hanno spesso beneficiato, si accaniscono contro i simboli, le statue e le effigi del dittatore.
Questo è un Paese che ha fatto della pratica del “salire sul carro dei vincitori” una sorta di poco edificante modus vivendi. Come non ricordare con disprezzo gli episodi in cui facinorosi membri di squadracce fasciste della Repubblica di Salò, all’indomani del 25 aprile, entravano e sfilavano per le città italiane con le colonne di partigiani.
Certo, però, che “scendere dal caro degli sconfitti” è altrettanto vile.
Solo chi sul quel carro non è mai salito, neanche dopo Germania 2006, ha titolo e dignità per criticare.
T2M - The Lawyer
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7 anni fa
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